La collezione DIOR Haute Couture autunno/inverno 2026 risponde, nel linguaggio dell’haute couture, all’opera della scultrice americana Lynda Benglis. Molte delle opere dell’artista iniziano con materiali bidimensionali che vengono trasformati, attraverso annodature, plissettature o modanature, in tre dimensioni. L’arte dell’haute couture compie un passaggio simile: al tessuto viene data una forma scultorea, accentuata quando viene indossato. Jonathan Anderson considera questa connessione come punto di partenza per la collezione, elaborando i gesti fisici del plissé a mano, dell’annodatura e del drappeggio. Il rapporto di lunga data di Benglis con Ahmedabad, nel Gujarat, in India, ispira capi specifici. La sua serie Peacock, iniziata alla fine degli anni ‘70 e ispirata dagli uccelli che incontrò durante il suo soggiorno ad Ahmedabad, è reinterpretata in vivaci decorazioni floreali e con perline. La ricerca di Anderson su questo corpus di opere lo ha portato a concentrarsi sull’artigianato indiano in sé: in particolare, sulla tradizione del chintz del XVIII secolo. Questi cotoni finemente intessuti, tipicamente dipinti a mano o stampati a blocchi, hanno avuto un impatto profondo e duraturo sulle arti decorative europee. Frammenti antichi di chintz e indiennes, provenienti da un rivenditore specializzato, adornano le borse Petit Dîner e mini Lady Dior. Il paesaggio di Ahmedabad suscita una nuova linea di indagine per il laboratorio-come-couture di Anderson: interessato all’idea di ambienti contrastanti, contrappone la sua relativa abbondanza al clima arido e all’aria cristallina di Santa Fe, nel New Mexico, dove Benglis ha una casa e uno studio. Gli aspetti floreali della collezione, così come la sua articolazione cromatica, evocano questi due paesaggi.


































































“La collezione si basa sull’osservazione della materialità e della forma da un’altra angolazione. Osservando, in definitiva, l’astrazione nel materiale e chiedendosi: come si ottiene la realtà da esso?”
Jonathan Anderson


